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La psicoterapia serve solo per stare meglio o anche per migliorare sé stessi?
Molte persone arrivano in psicoterapia quando ormai sono arrivate al limite: il disagio che provano è diventato troppo intenso per essere ignorato.
Magari, è stato l’ennesimo attacco di panico a spingerli a chiedere aiuto, dopo mesi in cui hanno cercato di resistere, controllare, razionalizzare ciò che stava accadendo.
Altri chiedono supporto psicologico perché stanno attraversando un momento di crisi personale oppure perché avvertono una sofferenza meno definita ma persistente, che rende faticoso affrontare la vita quotidiana.
In tutte queste situazioni, la richiesta di aiuto nasce spesso dal bisogno di interrompere il dolore per ritrovare un equilibrio perduto.
Spesso, dunque, si inizia un percorso di psicoterapia a partire da un obiettivo: risolvere il sintomo.
Ma questo obiettivo, nel corso del tempo, può cambiare.
C’è, infatti, chi conclude il proprio percorso di psicoterapia subito dopo la remissione del sintomo poiché non sente alcuna motivazione a proseguire oltre.
Ha raggiunto il “traguardo” che si prefiggeva all’inizio.
Per altri, però, la psicoterapia assume un significato diverso: quello di un viaggio alla ricerca del proprio vero Sé.
Per loro, il sintomo non rappresenta un problema da sradicare quanto una chiamata che viene dal mondo interiore, un invito a vivere un’esistenza più autentica e profonda.
È a questo punto che la psicoterapia si trasforma in un percorso di crescita personale.
Psicoterapia non è solo guarigione, ma crescita personale
È convinzione diffusa, dunque, che la psicoterapia serva soltanto a chi soffre di un qualche disturbo, a chi sta troppo male per andare avanti…
Ma ad oggi, posso dire che come terapeuta lavoro principalmente con persone che stanno bene.
Non si tratta cioè di persone sofferenti nel senso più immediato del termine, ma di individui che sentono che nella vita c’è qualcosa in più oltre alla routine quotidiana.
Magari, sarà capitato anche a te.
Dopo anni di fatica e impegno, hai tutto quello che potresti desiderare: una casa, un lavoro stabile, una famiglia, una rete di amici.
In pratica, hai raggiunto tutti gli obiettivi che la società propone come garanzia di realizzazione personale e felicità, quelli a cui impariamo ad aspirare fin da bambini, complice l’educazione che ci viene impartita sia in famiglia che fuori.
Vista dall’esterno, con gli occhi di un estraneo, la tua vita è invidiabile.
Eppure, quando cala il silenzio e rimani solo con te stesso, senti che manca qualcosa.
Quel “qualcosa” ha a che fare con un passaggio successivo: dopo il fiore viene il frutto.
Dopo aver fatto fiorire la personalità, infatti, viene il momento di trascendere il proprio Io.
Psicoterapia e crescita personale. Conoscere sé stessi e trascendere il proprio Io
Ma cosa significa trascendere il proprio Io?
Trascendere l’Io non significa eliminarlo, né “smettere di essere qualcuno”.
L’Io, infatti, rappresenta la nostra parte razionale, quella che organizza l’esperienza. È la funzione che ci consente di dire “io sono”, di riconoscerci nella nostra storia, nei nostri ruoli, nelle scelte che compiamo.
Il problema sorge nel momento in cui l’Io diventa la nostra unica realtà, quando ci identifichiamo completamente con ciò che pensiamo di essere o di dover essere.
In questi casi, l’Io diventa una sorta di prigione o una maschera che non riusciamo mai a toglierci dal viso per guardare noi stessi e gli altri dritto negli occhi.
Quando viviamo in questa condizione, la vita può anche apparire ordinata e funzionante, ma perde profondità, spontaneità, vitalità.
Tutto ciò che non rientra nei confini dell’Io viene escluso a priori, perché ritenuto estraneo, non conforme: emozioni considerate inaccettabili come la rabbia o la tristezza, ma anche il desiderio, l’impulso creativo o la ricerca di senso.
Trascendere l’Io allora significa non esserne più “posseduti”.
Vuol dire smettere di vivere più come se fossimo solo la nostra parte consapevole, razionale e controllante.
Significa iniziare a riconoscere che dentro di noi esistono energie, desideri, paure, intuizioni, parti vulnerabili e parti potenti che non rientrano nell’immagine che abbiamo di noi stessi.
Se quelle parti di noi restano escluse, prima o poi bussano alla porta sotto forma di inquietudine, angoscia, senso di vuoto, ripetizione, sintomo di un malessere più profondo.
Come iniziare un percorso di crescita personale attraverso la psicoterapia
Ma come si traduce tutto questo in un percorso di crescita personale?
Questo passaggio, dall’Io al Sé, non avviene attraverso la riflessione astratta.
Non è qualcosa di teorico, che si può ottenere mediante la lettura solitaria di testi sul tema o la semplice comprensione intellettuale dei concetti.
È l’esperienza diretta e concreta ad aprire le porte verso questa nuova dimensione, un’esperienza che prende forma nella relazione e nell’incontro con l’altro.
Tutto ciò può avvenire nel contesto di un percorso terapeutico, sia con la psicoterapia individuale ma anche e soprattutto con l’esperienza del gruppo di terapia.
Il gruppo, infatti, permette un tipo di esperienza che va oltre la focalizzazione individuale del singolo Io e porta verso un’espansione di coscienza.

Questo lo vediamo spesso nei sogni di chi ha intrapreso questo tipo di percorso.
Capita, infatti, di sognare di avere una casa e accorgersi improvvisamente che questa ha molte più stanze di quel che ricordavamo.
“Questa stanza prima non c’era” pensi.
E, in effetti, è come se la casa fosse divenuta più grande.
Questo è ciò che capita a chi fa esperienza di un’espansione della coscienza che porta dall’Io verso il Sé, dalla personalità individuale alla totalità di ciò che possiamo diventare.
Già all’inizio del Novecento, Jung aveva compreso che il vero obiettivo della psicoterapia non è ristrutturare l’Io – che è la base, senza la quale non si può andare avanti – ma andare oltre l’Io, completando il Sé che egli rappresentava come un Mandala.
Ma cosa significa completare il Sè?
Significa integrare l’Io, la nostra parte consapevole e razionale, con le parti nascoste di noi, quelle inconsce – nel senso freudiano de termine – più pulsionali, oscure, la nostra Ombra (come direbbe ancora Jung) ma anche con le funzioni superiori rappresentate a livello esoterico dalla figura dell’Angelo.

Quando ha senso iniziare un percorso di psicoterapia orientato alla crescita personale?
In quest’ottica, ha senso iniziare un percorso di psicoterapia non soltanto quando si è spinti da un’urgenza sintomatica, ma ci rendiamo conto che dentro di noi risuona una domanda più profonda.
Le persone con cui lavoro spesso non arrivano dicendo “sto male”, ma piuttosto “sento che c’è qualcosa che non sto vivendo fino in fondo”.
Non cercano qualcuno che le guarisca o le aggiusti, ma uno spazio sicuro in cui potersi ascoltare davvero.
Sono persone che funzionano, che portano avanti la propria vita con responsabilità e competenza, ma che iniziano ad avvertire una distanza tra ciò che fanno e ciò che sentono dentro.
Vedono, nel ripetersi dei giorni tutti uguali, un automatismo.
È spesso in questi momenti che nasce il desiderio di un percorso di crescita personale attraverso la psicoterapia: non per cambiare vita dall’esterno, ma per comprenderla dall’interno, entrando in contatto con parti di sé ignorate troppo a lungo.
Spesso il momento giusto arriva quando il bisogno non è più solo quello di stare meglio, ma di vivere in modo più autentico, andando oltre la superficie per prendersi cura del proprio mondo interiore.
In questo senso, la psicoterapia diventa un percorso di accompagnamento alla crescita, non verso un ideale da raggiungere, ma verso una maggiore pienezza dell’essere.
Un cammino che non richiede di essere in crisi, ma di essere disponibili a mettersi in relazione con la propria verità più profonda.
Quanto dura un percorso di crescita personale?
Quando la psicoterapia è orientata alla crescita personale, la questione della durata assume un significato diverso rispetto a un percorso centrato esclusivamente sulla risoluzione del sintomo.
In entrambi i casi, non è possibile stabilire a priori un numero x di sedute entro le quali si arriverà a una conclusione.
Nel caso di una richiesta di intervento focalizzata sul superamento del disagio psicologico, posso dire che il terapeuta è sempre impegnato ad alleviare la sofferenza del paziente nel più breve tempo possibile.
Ma nel momento in cui il lavoro terapeutico si orienta verso la crescita personale, si entra in una dimensione altra.
La crescita personale (così come la psicoterapia) non procede in linea retta secondo un percorso predefinito, con delle tappe fissate da raggiungere.
Assomiglia, piuttosto, a un viaggio verso terre ignote.
Un viaggio in cui non esiste una mappa dettagliata da seguire, né un punto di arrivo chiaramente definito fin dall’inizio. Ciò che ci spinge a intraprendere questo cammino non è la certezza della destinazione, ma il desiderio di esplorare ciò che via via si presenta, di attraversare territori interiori non ancora conosciuti.
Ci soste, riprese, momenti di maggiore chiarezza e altri in cui emergono nuove domande. Ci sono periodi in cui il lavoro terapeutico è più intenso e altri in cui ciò che è stato elaborato ha bisogno di essere vissuto, integrato, lasciato sedimentare nella quotidianità.
In questo senso, non esiste una fine definitiva, ma un movimento continuo di approfondimento e trasformazione.
Si va avanti, insomma, finché si sente di trarre beneficio da quest’esperienza che può anche essere ripetuta in fasi diverse della propria vita.
La psicoterapia orientata alla crescita personale diventa allora uno spazio a cui poter tornare quando serve, non per ricominciare da capo, ma per proseguire il proprio viaggio con maggiore consapevolezza.