La nostra reazione alle parole e ai comportamenti delle persone non è sempre uguale.
Ci sono osservazioni che ci lasciano del tutto indifferenti. Altre, invece, sembrano colpirci nell’esatto punto in cui proviamo dolore, nelle parti più vulnerabili di noi stessi.
Basta una frase, un silenzio, uno sguardo o un gesto perché dentro di noi si accendano rabbia, tristezza, paura, gelosia…
Quando queste emozioni così intense ci travolgono è facile pensare che sia stato l’altro a provocarci quella sofferenza.
Ma è davvero così?
Oppure quella persona ha semplicemente toccato una ferita emotiva che era già presente dentro di noi?
Che cos’è una ferita emotiva? Perché alcune situazioni ci fanno reagire in modo così intenso
Una caduta da bambini, un incidente, un intervento chirurgico…
Sono innumerevoli gli eventi che possono imprimere un segno indelebile sul nostro corpo. Una ferita che, anche quando si rimargina, può continuare a procurarci fastidio.
A volte, l’esito è una cicatrice ben visibile, che altera il nostro aspetto.
In altri casi, la ferita può alterare il modo in cui il corpo funziona: un ginocchio che continua a fare male quando cambia il tempo, una frattura che non si risolve del tutto e ci lascia zoppi…
Spesso, basta sfiorare la pelle in quel punto perché il dolore, o il suo ricordo, riaffiori.
Le ferite emotive non sono diverse.
Anche se sono invisibili, esse hanno delle ricadute su di noi e possono modificare il nostro modo di vivere le relazioni.
Il trauma non si vede, ma si manifesta attraverso comportamenti, reazioni e modalità di entrare in contatto con l’altro.
È proprio questo il punto.
Quando entriamo in relazione profonda con qualcuno, prima o poi incontriamo anche le sue ferite. L’intimità autentica, infatti, non consiste semplicemente nello spogliarsi davanti all’altro.
Significa piuttosto rimanere simbolicamente nudi.
Lasciare che l’altro ci veda per quello che siamo, senza poter nascondere le nostre fragilità né le nostre ferite.
La dimensione intima del rapporto, dunque, è il luogo in cui le ferite interiori vengono alla luce.
Ma cosa vedo io del mio compagno o della mia compagna?
Non il trauma. Non il dolore profondo che quella persona porta dentro di sé.
Vediamo i suoi comportamenti. Le sue reazioni.
Capita un piccolo imprevisto che fa saltare i programmi? Lui o lei sembra perdere completamente il controllo.
Facciamo un’osservazione? Reagisce con uno scatto di rabbia, alza la voce o si chiude improvvisamente nel silenzio.
Rispondi in ritardo a un suo messaggio? Si sente trascurato, rifiutato o pensa che qualcosa non vada più nella relazione.
La ferita dell’altro non si presenta mai come una ferita. Si presenta quasi sempre come un comportamento che non comprendiamo, che non ci piace e che finisce per farci soffrire.
Sono comportamenti che ci colpiscono, ci infastidiscono e ci disorientano perché non riusciamo a capirne la vera origine.
Magari ci vergogniamo di lui perché ci mette in difficoltà davanti alle altre persone. Oppure ci sentiamo a disagio perché non sappiamo come gestire la situazione.
Avvertiamo un senso di ingiustizia e così finiamo per interpretare quei comportamenti come un attacco nei nostri confronti, un difetto del carattere o la prova che l’altro non ci ama abbastanza.
Ma quello che spesso non riusciamo a vedere è che, attraverso le ferite dell’altro, entriamo in contatto anche con le nostre.
Il trigger emotivo. Perché il comportamento dell’altro risveglia le nostre ferite
È questo il momento in cui si innesca il trigger emotivo, che tocca corde profonde di noi stessi.
Il comportamento dell’altro non crea la nostra sofferenza. La risveglia.
Se oggi una persona – il partner, un amico, qualcuno di cui ci fidiamo – può farci così tanto male, è perché quel gesto, quella parola o quel comportamento entrano in contatto con qualcosa che esiste già dentro di noi.
L’altro non può colpire se non nel punto in cui siamo già stati feriti.
In pratica, in quel momento, non stiamo reagendo soltanto a ciò che accade nel presente.
L’emozione che proviamo – che si tratti di rabbia, gelosia, senso di colpa, paura del rifiuto o senso di abbandono – è spesso collegata a qualcosa accaduto nel nostro passato.
Una parola, un comportamento o un atteggiamento dell’altro possono riattivare la nostra memoria emotiva, facendoci rivivere un’esperienza dolorosa che non appartiene al presente ma alla nostra storia personale.
Pensiamo, per esempio, alla paura dell’abbandono.
Una persona che ha vissuto durante la propria infanzia esperienze di distanza emotiva o di rifiuto potrebbe sviluppare una particolare sensibilità rispetto al tema della perdita.
Forse, da bambina, ha dovuto lottare per conquistarsi l’attenzione e l’amore di un genitore poco presente. O magari il confronto costante con un fratello ha alimentato la convinzione di essere meno considerata o meno degna d’amore.
Queste esperienze possono lasciare una ferita che continua ad accompagnare la persona anche nell’età adulta.
Così, quando il partner trascorre più tempo fuori casa o dimentica di rispondere a un messaggio perché impegnato o concentrato su altro, quel comportamento smette di essere un semplice episodio quotidiano e diventa ciò che conferma una paura profondamente radicata in lei: “Non sono abbastanza importante.” “Non sono una priorità.” “Prima o poi mi lascerà.”
Il presente si intreccia con il passato e la sofferenza che proviamo diventa molto più intensa di quanto il singolo episodio, da solo, potrebbe spiegare.
Cosa succede quando si attiva un trigger emotivo? Perché le relazioni entrano in crisi
Quando entro in una relazione vera, autentica, dunque, contatto il dolore.
Non soltanto quello dell’altro, ma anche il mio.
È un momento estremamente delicato, perché è proprio qui che la relazione arriva a un bivio.
È qui che molte relazioni si interrompono.
Non soltanto i rapporti di coppia, ma anche le amicizie, i rapporti familiari e, più in generale, tutti quei legami in cui esiste una vera intimità emotiva.
La crisi arriva non perché venga meno l’affetto ma perché, quando il dolore emerge, la maggior parte di noi reagisce mettendo in atto automaticamente i propri sistemi di difesa.
Entriamo in modalità attacco-fuga.
Se l’altro, spinto dalla propria ferita, reagisce alzando la voce, accusandoci o attaccandoci, il nostro impulso sarà quello di difenderci attaccando a nostra volta.
Oppure, cercheremo di sottrarci allo scontro chiudendoci in noi stessi, prendendo le distanze.
In entrambi i casi, ognuno reagisce al comportamento dell’altro senza riuscire a vedere la ferita da cui quel comportamento nasce.
Così il dialogo lascia il posto al muro contro muro.
Due persone che stanno soffrendo finiscono per ferirsi a vicenda, alimentando un conflitto che, con il passare del tempo, può logorare e persino spezzare la relazione.
Contattare il dolore e guarire dalle ferite emotive
Ma le cose non devono per forza andare così.
C’è un’altra possibilità, un’altra direzione che possiamo prendere.
Quando il partner ci triggera, invece di scaricare su di lui la nostra rabbia, la gelosia o la paura possiamo scegliere di fermarci e guardare nel profondo di noi stessi.
Anziché agire in automatico, alimentando il conflitto e l’incomprensione,possiamo riflettere sul perché quel comportamento ci faccia soffrire così tanto.
A questo punto posso rendermi conto che il dolore che provo non nasce soltanto da ciò che il mio partner, il mio amico o mio fratello ha fatto, ma anche dalla ferita che quel comportamento ha risvegliato dentro di me.
Il comportamento dell’altro è stato il detonatore, ma non l’origine della mia sofferenza.
Quando raggiungo questa consapevolezza, anche il mio punto di vista può cambiare.
Finalmente, posso guardare l’altro con occhi nuovi, non più appannati dal dolore che porto dentro di me.
Dietro quella rabbia, quel silenzio, quella gelosia o quel bisogno di controllo non vedo più soltanto un attacco nei miei confronti. Inizio a riconoscere una persona che, proprio come me, sta parlando attraverso le proprie ferite.
Una persona che non vuole farmi del male ma chiedermi aiuto.
In quel momento, trascendendo l’attacco e vedendo la ferita che lo ha generato, la ferita nell’altro e in me stesso, posso guarire l’altro.
E allo stesso tempo, guarire me stesso.