Hai paura di avere una malattia grave anche quando gli esami sono nella norma?
“Ho paura di avere un brutto male”
Durante le sedute di psicoterapia, mi è capitato spesso di ascoltare frasi come queste da pazienti che avevano appena cominciato il loro percorso.
A spingerle a chiedere aiuto non è una diagnosi medica, ma una paura, profonda e persistente, che sembrava occupare sempre più spazio nella loro vita: quella di avere qualcosa di serio, una malattia grave.
Nel corso del primo colloquio, indagando sull’origine di questo timore, spesso emerge una storia simile.
Un sintomo apparentemente innocuo aveva smesso di essere percepito come tale, trasformandosi nella prova che potesse esserci una malattia nascosta e ancora non diagnosticata.
Una fitta allo stomaco dopo un pasto abbondante.
Un forte mal di testa dopo una giornata particolarmente stressante.
Un capogiro o una sensazione di stanchezza insolita…
Si tratta di eventi comuni, che nella maggior parte dei casi non destano alcuna preoccupazione. Eppure, in quel momento, la persona lo aveva interpretato come un possibile segnale di pericolo.
Nella mente avevano iniziato a farsi strada pensieri sempre più inquietanti:
“E se fosse qualcosa di grave?”
“E se i medici non se ne accorgessero in tempo?”
“E se questo fosse il primo segnale di una malattia seria?”
Una serie di “e se” e di ipotesi sempre più catastrofiche che, nel giro di poco tempo, finiscono per trasformare un semplice dubbio in una fonte costante di ansia e preoccupazione.
Ipocondria. Perché la rassicurazione dura poco e l’ansia ritorna sempre, anche se esami e analisi sono perfetti
Quando la paura per la propria salute prende il sopravvento, il desiderio più forte è uno solo: avere la certezza di stare bene.
Ed è proprio questa ricerca di sicurezza che, spesso, finisce per alimentare il problema, scatenando un’ansia ancora più forte.
Mi spiego meglio.
Immaginiamo una persona che, dopo un episodio di forte mal di stomaco, crede di avere qualche grave disturbo.
Ai giorni nostri, quando non si sentono molto bene, quello che molti fanno è cercare i propri sintomi online.
Dunque, nel tentativo di capire cosa le stia accadendo, questa persona fa una rapida ricerca su Google oppure consulta l’AI.
Quel che si trova di fronte, però, è un universo sterminato di pagine mediche, articoli più o meno approfonditi, siti specializzati, blog e forum in cui altri utenti hanno posto domande simili alle sue.
Troppe informazioni da confrontare, che rendono difficile distinguere ciò che è corretto e rilevante da ciò che non lo è.
Alcune fonti minimizzano il problema, altre elencano diverse cause – dalle più semplici e comuni a quelle più rare – altre ancora prospettano scenari preoccupanti, se non si interviene nell’immediato.
Più legge, più la persona si sente confusa e soprattutto preoccupata.
L’ansia funziona spesso come una sorta di lente d’ingrandimento.
Ciò che è piccolo, remoto, anche improbabile, all’improvviso appare vicino, concreto e minaccioso.
Così, la mente preda dell’ansia finisce con il concentrarsi esclusivamente sulle ipotesi più gravi, scartando a priori le spiegazioni semplici e rassicuranti.
La mente ansiosa smette di ragionare in termini di probabilità (è probabile che sia un’indigestione) e ragiona in termini di possibilità (è possibile che sia un tumore, quindi allora ce l’ho).
A questo punto, la persona è assolutamente convinta di avere un problema di salute.
Il passo successivo è quasi inevitabile: contattare il medico, prenotare una visita specialistica, sottoporsi a degli accertamenti.
Il giorno dell’esame medico arriva, portando con sé un carico di tensione quasi insostenibile.
Poi, finalmente, giunge il responso tanto atteso: gli esami sono perfetti, i valori nella norma, la visita specialistica dà esito negativo.
Il medico rassicura che non c’è alcuna patologia da temere.
All’improvviso, ecco il sollievo.
Una boccata d’ossigeno dopo che si è rimasti a lungo in apnea. Ma è qualcosa di momentaneo e fugace. Passa qualche giorno, a volte qualche ore e i dubbi ricominciano a presentarsi.
Magari perché c’è un nuovo sintomo ad attirare l’attenzione.
O magari perché la mente torna a focalizzarsi su quel vecchio fastidio che non è ancora sparito del tutto.
In quel preciso istante, i pensieri angosciosi tornano a tormentarla: “E se il medico avesse trascurato qualcosa?”, “E se quel macchinario non fosse stato abbastanza preciso?”, “Forse avrei dovuto fare un esame più approfondito, magari una risonanza invece di una semplice ecografia”…
Così, si finisce nella morsa di una spirale sempre più negativa.
Si prenota un’altra visita, ci si sottopone a ogni sorta di indagine medica, nella convinzione che prima o poi si troverà qualcosa di davvero preoccupante.
Anche se, in effetti, non c’è nulla che non vada davvero.
Ma perché accade questo?
Perché la rassicurazione medica, per quanto autorevole, non basta mai?
“Perché ho paura di ammalarmi?” Dietro l’ansia per la salute si nasconde spesso qualcosa di più profondo
Non si tratta semplicemente di sfiducia nei confronti dei professionisti, delle tecniche o della medicina in genere.
È qualcosa di ben più profondo.
A prima vista potrebbe sembrare che il problema sia la paura di ammalarsi.
Osservando più attentamente la situazione, però, emerge qualcosa di diverso.
La persona non sta soltanto cercando di capire se sia malata oppure no.
Sta cercando una garanzia assoluta.
Vorrebbe essere certa che quel sintomo non nasconda nulla.
Vorrebbe essere certa che il proprio corpo continuerà a funzionare correttamente.
Vorrebbe essere certa che non accadrà nulla di grave.
Il problema è che una simile certezza non esiste.
La vita stessa non funziona in questo modo.
Ogni essere umano è esposto alla possibilità della malattia, della sofferenza, del cambiamento e della perdita.
Quando proviamo a eliminare completamente questa vulnerabilità attraverso il monitoraggio del corpo, i controlli medici o le rassicurazioni, finiamo inevitabilmente per scontrarci con un limite.
Nessuno può prometterci che andrà sempre tutto bene.
Ed è proprio contro questo limite che l’ansia continua a combattere.
Al di sotto c’è, inoltre, un meccanismo che ho evidenziato più volte nel corso dei miei articoli e video. Il fatto è che, comportandoci in questo modo, stiamo cercando disperatamente una soluzione esterna a un problema che è tutto interno.
Stiamo cercando di mettere a tacere l’ansia attraverso controlli, esami e rassicurazioni, quando l’ansia stessa sta provando a comunicarci qualcosa.
La verità è che la sofferenza non nasce soltanto dal timore di una specifica malattia.
Spesso nasce dall’incontro con qualcosa che ogni essere umano, prima o poi, è chiamato ad affrontare: la consapevolezza di essere vulnerabile.
Un sintomo, per quanto banale, può improvvisamente ricordarci che il nostro corpo non è invulnerabile, che non possiamo controllare tutto.
È proprio questa esperienza di incertezza che molte persone trovano difficile da tollerare.
Potremmo allora domandarci: se il problema non è davvero il corpo, perché tutta questa sofferenza si concentra proprio sui sintomi?
In psicoterapia osserviamo spesso un fenomeno particolare. Alcune paure profonde, difficili da riconoscere e da affrontare direttamente, tendono a spostarsi su oggetti più concreti.
È il meccanismo dello spostamento, alla base di tutte le fobie.
Per esempio, mettiamo che io abbia una vera e propria fobia per i piccioni.
Questo terrore verso gli uccelli parla di un’altra paura.
Io sto spostando sul piccione qualcosa che mi terrorizza, un conflitto che non sono disposto ad affrontare.
Nel caso dell’ipocondria, lo spostamento avviene sul corpo.
Ma quando io cerco di risolvere un problema psicologico attraverso una soluzione esteriore – come ho già anticipato – posso avere un sollievo soltanto momentaneo.
Poi l’angoscia torna, più forte di prima.
E questo mi porta a entrare in ossessione perché non vado mai alla fonte del problema.
A questo punto, è come se sviluppassi una dipendenza da analisi e controlli medici, di cui comincio ad abusare come una droga.
Faccio una tac, ho un sollievo di qualche minuto ma poi l’angoscia si ripresenta.
Allora vado da un altro specialista, che mi rassicura. E appena esco dal suo studio, sono preso di nuovo dal terrore.
E così via, all’infinito, senza mai toccare minimamente il nucleo del problema, perché sto cercando di risolvere un problema interiore con un’azione concreta.
Io continuo a spostare il nucleo – che rimane inconscio – sul corpo.
E non arrivo mai alla pace, finché non interviene il terapeuta che mi aiuta a cambiare prospettiva.
La paura della malattia e il bisogno profondo di prenderci davvero cura di noi stessi
Quando l’ansia per la salute diventa intensa, tutta l’attenzione si concentra sul sintomo. La mente cerca di capire se quel dolore o quel malessere nascondano una malattia.
Ma il sintomo, in questi casi, svolge un’altra funzione, molto più importante.
Ci costringe a guardarci dentro e a confrontarci con qualcosa che nella vita quotidiana cerchiamo in ogni modo di cancellare: la nostra fragilità.
Finché stiamo bene, viviamo come se il tempo fosse illimitato.
Facciamo progetti, immaginiamo il futuro, rimandiamo decisioni importanti e diamo per scontato che il nostro corpo continuerà a sostenerci per un tempo indefinito.
Un sintomo fisico interrompe bruscamente questa illusione.
All’improvviso emerge una consapevolezza difficile da ignorare: non possiamo controllare tutto.
Possiamo prenderci cura della nostra salute, fare prevenzione, seguire stili di vita sani, ma non possiamo eliminare completamente la possibilità della malattia, della sofferenza o della morte.
Il filosofo Martin Heidegger sosteneva che l’essere umano tende spesso a vivere immerso nelle occupazioni quotidiane, nelle abitudini e nelle preoccupazioni ordinarie, dimenticando la propria vera essenza, la sua condizione più profonda: quella di essere mortale.
Per la maggior parte del tempo questa consapevolezza resta sullo sfondo.
Lavoriamo, facciamo progetti, ci preoccupiamo delle scadenze e degli impegni quotidiani.
Poi accade qualcosa: un lutto improvviso, la notizia di una malattia, la fine di un amore.
Ed ecco che quella verità, normalmente tenuta a distanza, torna improvvisamente davanti ai nostri occhi.
Le cose possono finire, da un momento all’altro.
Paradossalmente, più cerchiamo di allontanare questa verità, più l’angoscia tende a inseguirci sotto forme diverse.
La paura della malattia è una di queste.
Ma non è l’unica.
Nella pratica clinica, infatti, capita spesso di osservare come problematiche apparentemente molto diverse tra loro abbiano una radice comune: il tentativo di sfuggire al senso di vulnerabilità che accompagna la condizione umana.
In questo senso, l’ansia per la salute non parla soltanto del corpo.
Parla del nostro rapporto con il limite, con l’incertezza e con quelle domande profonde che, prima o poi, ogni essere umano è chiamato ad affrontare.
Esiste un altro aspetto che raramente viene preso in considerazione.
Chi soffre di ansia da malattia finisce spesso per organizzare la propria esistenza attorno al tentativo di evitare tutto ciò che potrebbe ricordarle la propria vulnerabilità.
È un modo istintivo di proteggersi, un meccanismo che scatta quasi in automatico.
Ma è una sorta di morte in vita.
Il tempo viene assorbito dalle visite mediche, dalle ricerche online, dai controlli sul corpo e dalle rassicurazioni. Le energie mentali si concentrano quasi esclusivamente sulla prevenzione di una oscura minaccia.
E così il futuro angoscioso e incerto mette in secondo piano il presente, il qui e ora, l’unico momento che abbiamo davvero a disposizione.
C’è un enorme paradosso in tutto questo.
Il paziente ipocondriaco, infatti, sta cercando di stare bene. C’è un’energia positiva, incanalata nella cura.
Ma nella nostra cultura, purtroppo, la cura tende a essere vista soltanto in senso concreto, materiale, corporeo, organicistico.
Quindi cura del corpo.
Quindi io magari sento una chiamata profonda, sento che c’è qualcosa che non va, che devo prendermi cura di me. Ma non afferro che questa cura ha a che vedere con la psiche, con il mio mondo interiore.
Spesso l’ipocondria nasconde proprio il bisogno di prendersi cura di sé, di un disagio, magari anche di una malattia, che però giace più in profondità.
Faccio le analisi del sangue, la tac, la lastra.
È sintomo del fatto che c’è un desiderio di guardarsi dentro. Però molte persone ancora intrappolate in una cultura troppo materialistica, pensano che l’unico modo per guardarsi dentro sia questo: una fotografia dei propri organi interni, dei muscoli, dello scheletro.
Quando, invece, ci si può guadare dentro attraverso dei colloqui con un terapeuta.
Delle volte, dunque, il terapeuta deve soltanto ribaltare il punto di vista: “ Bene, ti prendi cura di te, però vedi che non stai meglio? Perché accade? Perché questa cura deve andare più in profondità”
Così si può incanalare quella stessa energia che si sta bruciando nella cura del corpo, per veicolarla verso la cura psichica.
Come la psicoterapia può aiutare a uscire dalla prigione della paura della malattia
Quando ci ammaliamo o temiamo di ammalarci, spesso viviamo questa esperienza come se fosse un’ingiustizia personale, qualcosa che non dovrebbe accadere proprio a noi.
In questo modo ci sentiamo isolati, separati dagli altri e dalla vita stessa.
Eppure la vulnerabilità non è un difetto individuale.
È una caratteristica che accomuna ogni essere umano.
Riconoscere questa realtà non elimina il dolore, ma può aiutarci a smettere di viverlo come una condanna personale.
Ci ricorda che non siamo soli nella nostra fragilità.
Spesso, infatti, la sofferenza non nasce soltanto dalla possibilità di ammalarsi, ma dalla lotta incessante contro tutto ciò che non possiamo controllare.
La psicoterapia offre uno spazio in cui esplorare queste paure senza esserne sopraffatti, comprendendo il significato che assumono nella propria storia e nel proprio modo di stare al mondo.
L’obiettivo non è convincere la persona che non si ammalerà mai, né offrirle rassicurazioni.
Al contrario, il percorso terapeutico aiuta a sviluppare un rapporto diverso con l’incertezza, con la vulnerabilità e con quei limiti che fanno parte dell’esperienza umana.
Quando questo accade, la paura della malattia perde gradualmente il suo potere su di noi e la vita riprende pienamente il suo significato.