Durante le sedute di terapia online, sopratutto nel primo incontro, mi capita spesso di ricevere pazienti che esprimono così il proprio disagio:
“Dottore, qualche mese fa mi sono trasferito. Pensavo fosse la scelta giusta ma…da quando ho traslocato sto male. Non capisco che succede”
I motivi che spingono queste persone a lasciare la vecchia casa per andare verso nuovi orizzonti sono diversi, naturalmente:
C’è chi si è trasferito perché ha ricevuto un’offerta di lavoro interessante, che prometteva una buona retribuzione, un ambiente di lavoro stimolante e maggiori opportunità di crescita professionale.
C’è chi ha scelto di seguire il partner in una nuova città, con la speranza di costruire insieme la vita dei propri sogni in un ambiente diverso da quello di origine.
C’è chi è partito per studiare all’università e chi, invece, ha dovuto fare i bagagli dopo una dolorosa separazione e ha preferito allontanarsi dai luoghi conosciuti, per cambiare aria.
C’è chi ha dovuto lasciare un appartamento in affitto per spostarsi altrove, nella medesima città, ma magari a chilometri di distanza dal suo quartiere di riferimento.
Nonostante le diverse ragioni alla base di un trasferimento, quel che emerge è un vissuto emotivo simile: una sensazione di spaesamento, accompagnata da senso di solitudine e dall’impressione, talvolta, di essere fuori posto.
È un malessere più comune di quel che si crede.
Ma per comprendere davvero le ragioni alla base del disagio che si avverte, bisogna andare oltre la superficie, scavando un po’ più in profondità.
Perché è così comune “stare male” dopo un trasferimento, anche quando la scelta è stata desiderata, ponderata o perfino sognata da anni?
Cambiare casa o città. Perché il trasloco spesso rappresenta un trauma
Quando si pensa a un trasloco, spesso quel che viene in mente sono le azioni pratiche (e burocratiche) che lo accompagnano: scatoloni da riempire con le proprie cose, furgoni da affittare per spostare mobili, contratti da firmare, spazi da riorganizzare da zero, magari lavori di ristrutturazione…
A prescindere che si tratti di un trasferimento volontario o di uno spostamento per “cause di forza maggiore”, tutti sappiamo però che traslocare è stressante.
È una verità condivisa, derivata dall’esperienza comune: chiunque abbia cambiato casa almeno una volta conosce quella sensazione di stanchezza, confusione, perdita temporanea di punti di riferimento che segue un trasferimento.
Ma anche la ricerca scientifica conferma ciò che la vita quotidiana intuisce da sempre riguardo l’impatto di un trasloco sulla nostra psiche.
Diversi studi infatti mostrano che il trasloco può influenzare in modo significativo la nostra salute psicologica. Le ricerche evidenziano che nelle persone che si sono trasferite o sono nel pieno di un trasferimento si verifica:
- aumento dello stress psicosociale,
- maggiore vulnerabilità a ansia e malinconia,
- sensazioni di stanchezza psicofisica profonda (vital exhaustion),
- peggioramento temporaneo degli indicatori di benessere emotivo
Detto in altri termini, il trasloco o trasferimento non è mai un evento del tutto neutro.
Anche quando lo abbiamo scelto o cercato con desiderio, siamo di fronte a un cambiamento profondo, che non coinvolge soltanto la nostra vita esteriore, ma anche quella interiore, emotiva e psichica, trasformandosi, talvolta, in un vero e proprio trauma.
Perché parlo di trauma?
Perché il trauma non è altro che una frattura tra il prima e il dopo, un evento che interrompe bruscamente la continuità della nostra esperienza e ci costringe a ridefinire — spesso troppo in fretta — chi siamo.
Per quanto si possa essere preparati, trasferirsi significa – in effetti – perdere una parte di noi stessi, affrontare una discontinuità che non è solo logistica ma identitaria.
La vecchia casa, piena di ricordi e momenti condivisi con le persone care, rappresenta molto più di quattro mura.
Si tratta di un vero e proprio contenitore psichico, che custodisce la nostra storia personale, ci contiene e ci protegge, consentendoci di abbassare le difese e sentirci davvero noi stessi.
Quelle stanze, quelle pareti sono testimoni dirette di quello che abbiamo vissuto e sentito.
Quando la lasciamo, dunque, non cambiamo semplicemente indirizzo.
Lasciamo un pezzo della nostra storia.
Ma quando ci si trasferisce, si lascia indietro un intero mondo dai contorni familiari, che ha fatto da scenografia alle nostre giornate: quel marciapiede che percorrevamo ogni mattina per andare a prendere l’autobus, il bar dove ci si fermava a bere un caffè o fare aperitivo con gli amici nei giorni liberi, i rumori, gli odori, i volti…
Sono piccole cose che, quando ci allontaniamo, riusciamo a mettere davvero a fuoco.
Da banalità che diamo che scontate diventano “radici” che non sapevamo di avere e che, inevitabilmente, ci mancano.
Soltanto quando vengono meno ci accorgiamo quanto ciò che ci circondava, talvolta fin dall’infanzia, rappresentava un punto di riferimento, importante per il nostro equilibrio emotivo.
Ecco allora che avvertiamo non soltanto nostalgia ma anche un senso di perdita assimilabile a un lutto.
“Mi sono trasferita e non ho amici/sono solo”
Quando si prende una decisione così importante come il trasferimento, le emozioni attese sono di entusiasmo, soddisfazione, magari di lieve ansia per i tanti impegni che comporterà rivoluzionare la propria vita.
Ci immaginiamo pronti a scoprire luoghi, persone, opportunità.
Eppure, per molti, dopo le prime settimane arriva un’esperienza inattesa, che nessuno aveva messo in conto: la solitudine.
“Nel posto in cui sono, sono solo. Non ho amici” è una frase che torna spesso durante le sedute a distanza.
L’allontanamento dai luoghi familiari, in questi casi, assomiglia a uno sradicamento.
Nella vecchia città, avevamo a disposizione una rete invisibile che ci conteneva, intessuta di tutti quei legami, piccoli e grandi, che riempivano le nostre giornate.
C’era quell’amico che potevamo chiamare anche all’ultimo momento per uscire a cena insieme e parlare un po’ di quel che sta accadendo in famiglia o sul lavoro;
c’era l’anziano del piano di sopra che, ogni tanto, ci fermava sul pianerottolo del palazzo per farci due domande e scambiare una battuta sul tempo o sul traffico del quartiere;
c’era la collega con cui ci si sfogava davanti alla macchinetta del caffè;
c’era il barista che ormai conosceva i nostri ritmi, e che sapeva se quella mattina avevamo bisogno di un sorriso o di un espresso più forte;
c’erano i pranzi della domenica a casa dei genitori o dei suoceri…
Era una trama sottile fatta di gesti ripetuti, abitudini condivise, presenze rassicuranti che ci facevano sentire “a casa”.
Nella nuova città, tutto questo non c’è più. E ci si deve esporre al nuovo, senza una bussola, un punto di riferimento, una guida.
La solitudine post trasloco ci mette di fronte a un vuoto che ci parla.
Un vuoto che non è solo esterno — l’assenza di amici, di familiari, di volti noti — ma interno.
Un vuoto che porta alla luce paure, insicurezze e modalità relazionali che nella “vita precedente” erano coperte dal contesto in cui ci muovevamo.
Nella città in cui siamo cresciuti o abbiamo vissuto a lungo, erano gli altri a conoscerci e coinvolgerci, magari. Eravamo incastonati dentro una rete sociale che funzionava quasi automaticamente, senza sforzo.
Quando questa rete scompare, emergono domande nuove, spesso dolorose:
- «So davvero costruire un’amicizia da zero?»
- «Cosa mi blocca quando provo a parlare con qualcuno?»
- «Perché temo di non essere interessante, o di non avere abbastanza da dire?»
In questo contesto, possono riemergere emozioni che abbiamo tenuto a bada a lungo: timidezza, ansia sociale, vergogna, difficoltà a fidarsi, paure antiche di essere esclusi.
In questo senso, il vuoto non è solo mancanza: è un messaggio.
Come l’angoscia, come l’ansia, è una chiamata a conoscere parti di noi che non abbiamo mai ascoltato fino in fondo.
“Da quando mi sono trasferito non sono più me stesso”. Identità in crisi dopo il trasloco in un’altra città
Una delle frasi che seguono spesso la solitudine post-trasloco è questa:
«Mi sento fuori posto.»
È un vissuto molto comune, che può accompagnarsi a sintomi ansiosi o persino depressivi, soprattutto laddove ci sia già una fragilità latente che può venire alla luce in questo contesto di forte cambiamento.
Ed è proprio su questo punto che vorrei soffermarmi, per chiarire meglio ciò che accade sul piano psicologico quando si cambia città, casa, abitudini, ritmi.
Il trasferimento di per sé non è un problema.
Certo, si tratta di un evento stressante, che ci mette alla prova, richiedendo energie fisiche e psichiche importanti.
Tuttavia, la sofferenza che emerge dopo un trasloco non nasce dal semplice atto di cambiare casa o città.
Spesso, quest’evento è soltanto un detonatore, cioè un meccanismo che fa esplodere qualcosa che è già presente dentro di noi.
In molti casi, infatti, il trasloco attiva dinamiche interiori già esistenti, che nella vita precedente erano rimaste silenziose, sottotraccia.
Nella città o nel quartiere in cui vivevamo prima, infatti, eravamo sostenuti da una rete di abitudini, relazioni e luoghi che fungevano da ammortizzatori emotivi.
In sostanza, potevamo contare su un terreno stabile su cui poggiare i piedi.
Il trasloco, allora, è il terremoto che crea spaccature laddove c’erano già delle fessure quasi invisibili, facendo emergere insicurezze che pensavamo superate (o che non abbiamo voluto affrontare), vecchie ferite non elaborate del tutto e difficoltà rimaste nascoste.
Cosa fare allora?
Il ruolo della psicoterapia: ricostruire un senso di sé in un orizzonte nuovo
Quando un trasferimento fa emergere spaesamento, solitudine o una crisi dell’identità, molte persone iniziano a pensare di “non essere abbastanza forti”, di non riuscire ad adattarsi come dovrebbero alle nuove circostanze.
C’è persino che prova senso di colpa poiché “dovrebbe stare bene” e invece soffre.
Proprio in questi momenti, la psicoterapia può diventare uno spazio prezioso in cui sondare il proprio mondo interiore, alla scoperta di risorse che non si pensava di possedere.
Ovviamente, la terapia non interviene sul trasloco in sé — un evento già compiuto, concreto — ma su ciò che quel cambiamento ha smosso dentro: emozioni, fragilità, parti di sé rimaste in ombra che affiorano in superficie.
L’incontro con il terapeuta, in presenza o a distanza nel caso della terapia online, offre innanzitutto uno spazio e un tempo che offrono continuità.
Quell’appuntamento fisso, ogni settimana, rappresenta un punto fermo mentre tutto il resto è in movimento.
Qui è possibile fermarsi per guardarsi dentro e accogliere quelle emozioni che non si riesce a comprendere o accettare, comprendere quali dinamiche sono in atto.
La psicoterapia individuale, sia in presenza che online, permette di:
- sentirsi accolti, ascoltati senza giudizio e compresi nella propria sofferenza;
- comprendere perché il cambiamento ha avuto un impatto così forte sulla tua vita, che cosa ha smosso dentro di te;
- ritrovare una continuità interiore mentre la vita esterna è ancora instabile e priva di punti di riferimento;
- scoprire risorse interiori che giacciono dentro di noi, ancora non valorizzate.
Il lavoro su di sé richiede tempo, pazienza e delicatezza, ma è proprio attraverso questo processo che molte persone riescono a costruire una nuova stabilità, meno dipendente dal luogo in cui ci si trova e più radicata dentro di sé.