Mal di testa, stress e ansia: quel legame tra emozioni e dolore
Quante volte, alla fine della giornata, ti trovi a combattere con un forte mal di testa?
Per stare meglio, probabilmente, butti giù un antinfiammatorio e speri che, con un po’ di riposo, tutto passi.
E a volte, in effetti, il farmaco ti da sollievo.
Altre volte, invece, la testa continua a pulsare dolorosamente, senza lasciarti tregua finché non riesci finalmente ad addormentarti.
Ma al risveglio è anche peggio.
Se è un problema frequente, probabilmente, avrai tentato di tutto.
Riposo al buio, impacchi di acqua fredda sulla fronte, ibuprofene, tecniche di rilassamento, consulti da specialisti di vario tipo… tutto per capire da dove arrivi quel dolore e, soprattutto, come farlo passare.
Eppure, non sempre si trova una causa chiara al mal di testa.
Gli esami risultano nella norma, mentre le terapie aiutano solo in parte.
Nel mio studio di psicoterapia a Roma Prati, ho visto molte persone arrivare lamentando un mal di testa che continua a tornare, nonostante gli sforzi per farlo passare.
Il dolore si attenuava… e poi tornava, puntuale, come per un appuntamento fisso a cui non si può mancare.
È proprio in questi casi che diventa importante allargare lo sguardo perché, quando cefalea o emicrania persistono e diventano problemi cronici, non sempre la spiegazione è soltanto di natura fisica.
In molti casi, alla base c’è qualcosa di meno visibile, ma altrettanto potente: lo stress, l’ansia, le emozioni che tendiamo a trattenere, quello che non riusciamo a esprimere.
Il mal di testa psicosomatico è un disturbo di cui soffrono tantissime persone.
Mal di testa psicosomatico: che differenza c’è tra cefalea ed emicrania
Nel centro cefalee dell’ospedale San Carlo di Nancy, dove ho svolto il mio tirocinio, ho lavorato a contatto con tantissimi pazienti che soffrivano di mal di testa e in particolare di emicrania.
All’epoca ero un giovane psicoterapeuta in formazione e, osservando queste persone, ho iniziato a rendermi conto di un aspetto ricorrente.
Il dolore alla testa, nelle sue diverse forme, non raccontava solo una storia fisica, ma anche qualcosa di più profondo, legato a ciò che stavano vivendo.
Quando riuscivano a tirare fuori quel che avevano dentro, infatti, i sintomi tendevano ad alleviarsi, fin quasi a sparire del tutto.
Il mal di testa, all’improvviso, non era più il centro dei loro pensieri.
Ma prima di capire in che modo stress, ansia ed altre emozioni come la rabbia possono influire sul mal di testa o anche scatenarlo, è utile fare un po’ di chiarezza.
Spesso, infatti, parliamo genericamente di mal di testa, utilizzando questo termine “ombrello” per indicare qualsiasi dolore che coinvolge il capo, a prescindere dalla durata, dal tipo e dall’intensità dei sintomi.
In realtà, però, ne esistono forme diverse.
Cefalea, dal punto di vista medico, è il termine più corretto e comprende diverse tipologie di dolore alla testa.
Non a caso si parla di centro cefalee per indicare le strutture specializzate nella diagnosi e nel trattamento di questi disturbi.
Tra queste, la più diffusa è la cefalea tensiva, che si manifesta con una sensazione di pressione o di peso, il famoso “cerchio alla testa”.
L’emicrania, invece, è una forma più specifica e intensa di mal di testa: il dolore è generalmente pulsante, può interessare un solo lato della testa ed essere accompagnato da sintomi come nausea, sensibilità alla luce o ai rumori, sintomi che rendono questo disturbo particolarmente invalidante.
Ma perché, da psicoterapeuta, faccio questa distinzione?
Perché, in psicosomatica, le diverse forme di cefalea non sono tutte uguali, neanche nel loro significato. Seguendo questo tipo di interpretazione, ogni tipo di mal di testa può essere collegato a modalità diverse di vivere lo stress, le emozioni e le relazioni.
In altre parole, il sintomo non parla solo del dove fa male, ma anche del come una persona sta vivendo ciò che le accade.
Naturalmente, non parliamo di significati universali ma di una tendenza generale.
Ciascuno di noi è un individuo unico, con una sua storia, una propria sensibilità, un modo unico di sentire e reagire.
Per questo, più che incasellare il sintomo in una categoria, è importante ascoltarlo alla luce del contesto della persona: capire cosa sta vivendo, cosa sta attraversando, cosa, in quel momento, fatica a trovare spazio.
È proprio qui che entra in gioco il lavoro psicologico e psicoterapeutico, non per sostituirsi alla medicina, ma per aiutare a comprendere e intervenire su quei fattori interni che possono contribuire a causare o a mantenere (e peggiorare) il sintomo.
Perché stress, ansia ed altre emozioni fanno venire il mal di testa e in che modo?
Per comprendere come le emozioni influenzino il mal di testa, dobbiamo partire dal presupposto fondamentale della psicosomatica: mente e corpo non sono separati.
Tu non sei un corpo che porta in giro la testa.
Sei un’unità in cui pensieri, emozioni e reazioni fisiche sono profondamente intrecciati tra loro, tanto da influenzarsi a vicenda in modo immediato.
Quando vivi una situazione di stress, di ansia o un’emozione forte come la rabbia, la tristezza, la frustrazione etc., non è solo “la mente” a essere coinvolta.
Anche il corpo reagisce per effetto dell’attivazione del sistema nervoso simpatico.
È come se, dentro di noi, si accendesse un allarme collegato a un impianto di emergenza, un po’ come quelli che scattano in casa quando qualcuno entra senza permesso. Appena il sensore rileva un’intrusione, parte la sirena e in alcuni casi viene inviata anche una segnalazione alla centrale operativa che potrebbe inviare qualcuno sul posto a controllare.
Tutto il sistema si attiva per proteggerti.
Ecco, il nostro organismo “programmato” – da milioni di anni – in un modo simile.
Quando percepisci una situazione come stressante o emotivamente intensa, il “sensore” interno mette in moto una risposta automatica.
Viene liberata adrenalina nel sangue, un ormone che prepara il corpo a combattere o fuggire (fight or flight), provocando una serie di reazioni a catena:
- il cuore accelera il battito per pompare sangue (ed energia) verso i muscoli
- il respiro si fa più veloce e superficiale
- i muscoli si tendono, soprattutto a livello del collo, delle spalle e della testa
- la mente si fa più attenta e vigile, in modo da captare ogni segnale e decidere rapidamente come agire
Tutte queste modificazioni corporee corrispondono a quelli che interpretiamo comunemente come sintomi dell’ansia, dello stress e di altre emozioni forti che provocano in noi un’attivazione.
Dico “interpretiamo” perché, di fatto, ci troviamo di fronte a un sistema che sta funzionando esattamente come dovrebbe.
Questa è una risposta naturale e adattiva alle sfide che ci pone l’ambiente.
Il problema, ai giorni nostri, è che il sistema si attiva molto più spesso di quando servirebbe, non solo di fronte a pericoli reali ma anche in situazioni quotidiane: una scadenza, una preoccupazione, una tensione nelle relazioni, qualcosa che tratteniamo e non riusciamo a esprimere.
E così, quello che nasce per proteggerci finisce per mantenerci in uno stato di allerta costante, soprattutto se siamo il tipo di persone che trattengono, sopportano, restano in silenzio.
In questi casi, la tensione, anziché essere scaricata all’esterno, si accumula.
E se non riusciamo a incanalarla, ecco che trova da solo il modo di esprimersi, attraverso il sintomo psicosomatico, scaricandosi direttamente su un “organo bersaglio”.
Nel nostro caso specifico, ecco scoppiare un forte mal di testa.
Il ruolo delle emozioni nel mal di testa psicosomatico: quando quello che provi resta dentro
Quando parliamo di mal di testa psicosomatico, dunque, la nostra attenzione non deve rivolgersi tanto alla dimensione fisica e concreta del mondo esterno.
Lo sguardo dovrebbe, invece, ruotare e focalizzarsi su ciò che accade dentro di noi.
Per quanto possiamo cercare dei rimedi esteriori (riposo, farmaci etc.), questi potranno aiutarci a gestire il sintomo, ma non potranno mai intervenire sulla causa profonda.
Le emozioni a cui non diamo spazio nella nostra vista non scompaiono.
La rabbia che nascondi per non creare conflitti, per non deludere un genitore, per mantenere un equilibrio con il tuo partner.
L’ansia che si accumula mentre cerchi di tenere tutto sotto controllo.
La frustrazione di non sentirti compreso, che spesso ti spinge a rimanere in silenzio perché “so già che non serve a niente parlare”.
La preoccupazione per ciò che gli altri si aspettano da te, perché hai una famiglia sulle spalle, mille responsabilità a cui far fronte e la sensazione costante che non puoi permetterti di mostrarti fragile o in dubbio.
La tristezza che metti da parte, perché “non è il momento” o perché senti di dover essere forte per gli altri.
Se non ti permetti di vivere queste emozioni, loro troveranno comunque il modo di “uscire fuori”.
Se non parli, a un certo punto, è il corpo a farlo al posto tuo.
E può farlo in modi diversi.
Nella cefalea tensiva, ad esempio, il dolore è spesso descritto come una pressione costante, come un cerchio che stringe la testa.
Questa forma di disturbo è associata a una tensione prolungata, a rigidità sia fisica che mentale ed emotiva. È tipico di chi si carica sulle spalle “il peso del mondo”, assumendosi responsabilità, a volte anche più del necessario, e facendo fatica a concedersi uno spazio per alleggerire quella pressione.
È come se ci fosse un “sovraccarico di pensieri”, una mente che continua incessantemente a lavorare, prendendo il sopravventoa scapito di emozioni e istinto.
Ma non è soltanto questo a scatenare quel mal di testa.
Quando, al di sotto, troviamo la rabbia, spesso trattenuta perché ritenuta inaccettabile o destabilizzante, osserviamo delle vere e proprie tensioni fisiche che possono innescare (o peggiorare) la cefalea.
La prossima volta che ti arrabbi ma non lo esprimi ad alta voce, prova a notarlo.
Cosa succede nel tuo corpo?
Forse, serri la mandibola, digrignando i denti. Le spalle si irrigidiscono, il collo si tende in avanti.
Sei un fascio di nervi, pronto a esplodere.
Nel tempo, questa tensione si estende ai muscoli del viso, del collo e delle spalle, alimentando quella sensazione di pressione continua tipica della cefalea tensiva.
Il significato (generale) dell’emicrania psicosomatica è un po’ diverso.
Il dolore è più intenso, spesso pulsante e portare con sé sintomi “collaterali” come la nausea o la fotofobia cioè la sensibilità alla luce.
Dal punto di vista psicosomatico, l’emicrania è legata soprattutto a a conflitti interni tra ciò che si prova e ciò che si riesce ad accogliere o a esprimere.
Come se una parte di te spingesse per emergere, mentre un’altra cerca di contenerla.
Il sintomo psicosomatico: un segnale da ascoltare
È lo stesso movimento che ritroviamo anche nel mito della nascita di Atena dalla Zeus, di cui ho parlato in un altro articolo: una pressione interna che cresce, finché ciò che è dentro non trova finalmente una via per venire alla luce.
L’aspetto interessante del mito è che il padre degli Dei si libera del mal di testa nel momento in cui dà alla luce qualcosa di bello e potente: la dea della saggezza e della guerra
È un’immagine forte, ma anche molto chiara.
Ci suggerisce, infatti, che dovremmo concepire in modo totalmente diverso quel male che vorremmo soltanto mettere a tacere.
Il mal di testa, in questa prospettiva, non è qualcosa soltanto da eliminare.
È soprattutto un messaggio. Un messaggio dall’interno.
Il sintomo psicosomatico, infatti, rappresenta un tentativo del corpo di portare alla luce qualcosa che, fino a quel momento, è rimasto compresso.
E ciò che ne emerge, nel momento in cui gli diamo spazio, non è necessariamente negativo.
Non ci sono soltanto conflitti da sanare o emozioni da gestire.
Ciò che chiede a gran voce di venire alla luce, spesso, è qualcosa di vitale, una parte di noi rimasta troppo a lungo nell’ombra e in silenzio.
Può essere lo spirito guerriero della rabbia, che correttamente incanalata diventa assertività.
Oppure un talento creativo che hai messo da parte per timore, per insicurezza o perché, a un certo punto, hai smesso di crederci davvero.
O ancora, il bisogno di dare una direzione diversa alla tua esistenza, di viverla in modo più autentico e profondo, liberandoti da maschere e costrizioni.
In questo senso, il sintomo non è soltanto un limite: può diventare anche una soglia.
Attraversarla significa poter entrare in contatto con parti profonde di sé, finora rimaste sconosciute.
È proprio questo il lavoro che può avvenire in psicoterapia.
Non solo guarire dalle malattie psicosomatiche è possibile, ma quel sintomo può essere trasformato in un’occasione preziosa per intraprendere un viaggio di scoperta e consapevolezza che va ben oltre il semplice sollievo dal dolore.