Non ho fiducia in me stesso”. Quell’insicurezza di fondo che limita la nostra vita

Molte persone arrivano alla loro prima seduta di psicoterapia dicendo semplicemente: «Dottore, non ho fiducia in me stesso».

In altre, questo problema di bassa autostima e scarsa stima di sé emerge progressivamente, incontro dopo incontro, quando parlano di come affrontano il lavoro, delle relazioni fallite, delle decisioni prese su consiglio di qualcun altro o rimandate perché non si sentivano all’altezza della situazione.

Tutte queste situazioni sono accomunate da un filo conduttore: un’insicurezza di fondo che finisce per permeare diversi ambiti della vita, limitando fortemente la persona e impedendole, di fatto, di vivere in modo pieno e autentico.

Accanto alla difficoltà a fidarsi del proprio giudizio e delle proprie capacità, emerge spesso un vissuto ancora più doloroso: «Sento di non valere niente» oppure in modo ancora più duro e drastico «Non valgo nulla»

È un giudizio che pesa come un macigno, perché non parla di ciò che si è fatto o detto ma di chi siamo o meglio di come vediamo noi stessi.

Quella che emerge da queste parole è un’immagine di sé fragile e svalutata, sostenuta da uno sguardo interiore severo, poco indulgente.

Uno sguardo che abbiamo imparato a rivolgere a noi stessi nel tempo, spesso senza rendercene conto, e che finisce per diventare il metro con cui valutiamo ogni nostra esperienza.

Ma da dove viene lo sguardo giudicante che ci fa sentire così inadeguati?

Da quali esperienze prende forma l’immagine che abbiamo di noi, fondamento della nostra autostima?

Cos’è l’autostima e da dove nasce l’immagine che abbiamo di noi

Quando parliamo di autostima, spesso pensiamo a una sorta di sicurezza interiore, all’esperienza di sentirci capaci o adeguati rispetto alle situazioni più varie che incontriamo nel corso della nostra esistenza.

Non sorprende, allora, che molte persone, decidano di seguire percorsi motivazionali, con lo scopo di rafforzare la fiducia in se stesse, nella speranza di acquisire tecniche e strategie per superare il senso di inadeguatezza che le accompagna.

Tuttavia, non di rado accade che, al di là dell’entusiasmo iniziale, quella sensazione profonda di insicurezza rimanga sostanzialmente invariata.

Questo non accade perché manchi l’impegno o la volontà di cambiare.

Il punto è che l’autostima non si costruisce per suggestione o accumulando incoraggiamenti o frasi motivazionali.

Parliamo di qualcosa di ben più profondo, che si struttura a partire dalla primissima infanzia, attraverso le esperienze vissute con l’altro significativo, innanzitutto con i nostri genitori (i caregiver).

Stiamo parlando, quindi, di un processo relazionale, non solitario ed è proprio per questo che una terapia di gruppo può rappresentare un contesto particolarmente indicato per lavorare sulla percezione distorta di sé.

L’immagine che abbiamo di noi stessi, infatti, prende forma nello sguardo dell’altro: il modo in cui siamo stati visti, ascoltati, riconosciuti o, al contrario, svalutati e messi in discussione. È a partire da queste esperienze che impariamo, spesso molto presto, se siamo o meno degni d’amore e quindi se “valiamo”.

Sento di non valere niente”. Perché non riusciamo a costruire una sana autostima

Seguendo l’impostazione data dalle teorie dell’attaccamento elaborate da John Bowlby e successivamente sviluppate dai suoi allievi, il modo in cui i nostri genitori — o le figure che si sono prese cura di noi — hanno risposto ai nostri bisogni incide profondamente sia sull’immagine che costruiamo dell’altro, sia su quella che costruiamo di noi stessi.

Non parliamo di cura materiale, quanto di capacità di essere emotivamente presenti, di riconoscere e rispecchiare gli stati interni del bambino.

Se il genitore dimostra di saper accoglie le emozioni del proprio bambino, senza negarle e svalutarle, il figlio impara che quei vissuti, anche quando sono difficili, sono legittimi.

Non li considera come qualcosa di sbagliato, da nascondere o negare per farsi accettare dall’altro ma come una parte di sé, che ha diritto di esistere.

Così, si struttura un senso di valore personale che ha a che fare con l’essere, non con il fare. Ci si sente amati per quel che si è, non per ciò che si fa.

Non sempre, purtroppo, è questo ciò che avviene durante l’infanzia.

Accade anzi spesso che si cresca in contesti in cui i vissuti emotivi non trovano reale accoglienza. Pensiamo, per esempio, al caso di un padre dagli atteggiamenti autoritari, che pretende che il figlio si “comporti da uomo”, che lo svilisce o lo rimprovera quando piange, quando mostra paura o fragilità, quando esprime un più che legittimo bisogno di conforto.

Il messaggio implicito che riceve il bambino è: «Quello che provo è sbagliato. Per essere amato, devo reprimerlo». Un messaggio che si rafforza sempre di più, ogni volta che l’esperienza si ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

In questo contesto, l’immagine di sé tende a organizzarsi attorno al dubbio: c’è qualcosa in me che non va.

Lo sguardo giudicante o sprezzante dell’altro viene progressivamente interiorizzato finché non diventa il modo in cui guardiamo a noi stessi. Non è più necessario che qualcuno critichi o svaluti: la persona impara a farlo da sola.

Ci si sente sbagliati quando si ha bisogno, inadeguati di fronte alle sfide della vita, fragili quando si vorrebbe essere visti. È così che l’insicurezza iniziale può trasformarsi in una convinzione più radicale e dolorosa: non valgo abbastanza, o addirittura non valgo nulla.

In questo senso, la difficoltà a costruire una sana autostima non è il segno di una fragilità individuale, ma l’esito coerente di una storia relazionale.


Se mi sento così, il gruppo non mi farà stare peggio?”. La paura di esporsi allo sguardo altrui

A questo punto, coloro che si rispecchiano in questa descrizione potrebbero porsi una domanda:

Se a condizionare la loro immagine di sé è stata un’esperienza passata, fatta di svalutazione, giudizio o mancanza di comprensione, perché mai partecipare a un gruppo di terapia dovrebbe aiutare?

Come può migliorare la mia autostima lo stare in mezzo agli altri, espormi al loro sguardo?

Alla base di questo dubbio c’è un timore del tutto comprensibile: quello che il gruppo possa riprodurre, in modo amplificato, quei vissuti dolorosi di cui si è fatto più volte esperienza all’interno delle relazioni.

Chi sperimenta insicurezza e bassa autostima, infatti, proietta all’esterno la propria voce interiore autocritica, attribuendola a chi ha di fronte. Lo sguardo dell’altro viene anticipato e immaginato come giudicante prima che possa realmente manifestarsi.

L’evitamento appare allora come una forma di protezione.

Si arriva a temere così tanto il rifiuto da sottrarsi al contatto nel tentativo di non esporsi al rischio di sentirsi nuovamente svalutati. Ma così facendo, l’immagine di sé continua a nutrirsi delle stesse paure, senza incontrare uno sguardo capace di restituire qualcosa di diverso.

La terapia individuale è sicuramente un primo passaggio necessario in cui è possibile affrontare questi vissuti all’interno di una relazione uno a uno, protetta e contenitiva. Con il supporto del terapeuta, la persona può iniziare a riconoscere la propria autosvalutazione, a dare un senso alla storia da cui proviene e a mettere in parola ciò che, fino a quel momento, è rimasto implicito o taciuto.

Tuttavia, quando la difficoltà riguarda in modo centrale l’autostima e la fiducia in sé, il lavoro uno a uno può non essere sempre sufficiente. Per quanto significativo, resta infatti confinato a una relazione singola, che difficilmente può attivare — o disattivare — quelle dinamiche che si manifestano proprio nel contatto con più persone.

È qui che il gruppo può aprire una possibilità ulteriore, non in alternativa alla terapia individuale, ma come suo naturale proseguimento.


La terapia di gruppo per ricostruire l’autostima su basi solide

Chi arriva in gruppo con un’immagine di sé svalutata e fragile tende a evitare il contatto proprio perché lo associa al rischio di sentirsi “meno”, inadeguato, fuori posto.

Lo sguardo dell’altro viene vissuto come un esame da superare, e l’autostima — già instabile — sembra dipendere interamente da come si verrà percepiti dagli altri, dal modo in cui accoglieranno o meno.

Nel gruppo terapeutico, questa dinamica viene affrontata non attraverso spiegazioni o rassicurazioni, ma attraverso quella che chiamiamo “esperienza emotiva correttiva”.

Non è qualcosa di cui ci si convince attraverso il ragionamento logico e la comprensione razionale, ma qualcosa che si sperimenta nel concreto, sulla propria pelle, nel vivo della relazione.

All’interno di questo particolare contesto protetto, infatti, è possibile fare esperienza dello sguardo dell’altro in una forma diversa da quella temuta e interiorizzata nel passato. È uno sguardo mediato dal setting, sostenuto dalla presenza del terapeuta e regolato da confini chiari, che tutelano l’ascolto e il rispetto reciproco.

La persona che partecipa alla terapia di gruppo, seduta dopo seduta, trascorre del tempo in una dimensione intima e autentica con tante persone, diverse per età, genere, provenienza geografica e socioculturale. Persone che portano con sé storie, fragilità e insicurezze differenti, ma che spesso condividono lo stesso vissuto di scarsa fiducia in sé e di paura di essere giudicate.

In questo contesto, la persona può osservare che mostrarsi esitanti, incerti o vulnerabili non comporta automaticamente svalutazione o rifiuto. Al contrario, spesso apre a riconoscimento, rispecchiamento, comprensione.

Progressivamente, accade qualcosa di semplice ma profondo: lo sguardo che arriva dall’esterno non coincide con quello che ci si aspettava. L’altro non conferma automaticamente il giudizio interiore, non svaluta, non riduce. A volte ascolta, a volte si riconosce, a volte restituisce qualcosa di inatteso, una prospettiva nuova.

È in questi piccoli scarti tra ciò che si teme e ciò che accade nella realtà concreta della relazione e dell’interazione con l’altro che l’immagine di sé può iniziare a incrinarsi — per cominciare a cambiare.

Nel tempo, la persona può cominciare a percepirsi non più soltanto attraverso la lente della svalutazione, ma come qualcuno che può esistere, parlare, mostrarsi anche con i propri limiti, senza per questo perdere valore.

In questo senso, la terapia di gruppo non lavora semplicemente sul comportamento o sulle relazioni, ma sull’immagine profonda che la persona ha di sé, permettendo alla fiducia in se stessi di radicarsi su basi più stabili e meno punitive.